Lettera aperta alla redazione di Report, consegnata durante la rassegna “Settembre Culturale” ad Agropoli.

Vi sarà capitato senz’altro di aver notato come viaggiare con il treno sia diventato assai complicato.
Ormai i ritardi sempre più frequenti stanno da mesi rappresentando l’unica costante di un trasporto ferroviario che cede il passo all’incertezza come peculiarità costante.
Il quadro che stanno presentando, partendo dai lavori del PNRR fino ad arrivare addirittura ad un chiodo in grado di crocifiggere una stazione come Roma Termini, è talmente surreale, per chi conosce il mondo della manutenzione di RFI, da generare imbarazzo; dobbiamo prendere atto però che la narrazione di questi mesi, inspiegabilmente, è riuscita a deviare l’attenzione da ciò che realmente sta accadendo, anestetizzando qualsiasi tentativo di provare ad offrire ragioni diverse.
Quello che sta accadendo in RFI ha una matrice precisa, tutt’altro che casuale, e meriterebbe quantomeno di essere osservata per quello che è, non fosse altro perché l’azionista di maggioranza del gruppo FSI, e quindi anche di RFI, è lo Stato; particolare non di poco conto che dovrebbe interessare tutta la comunità nel suo insieme.
Il 10 gennaio 2024, dopo aver sottoscritto con i sindacati (che teniamo a precisare non avevano ricevuto alcun mandato dai lavoratori), un accordo quadro che ne ha favorito la realizzazione, il 3 giugno RFI ha fatto partire il processo di riorganizzazione che è alla base di tutto quanto di negativo sta accadendo nel settore della manutenzione dell’infrastruttura ferroviaria.
Da quel momento, azzerato qualsiasi quadro normativo di riferimento, l’azienda non rispetta nemmeno gli accordi sottoscritti a valle dell’accordo del 10 gennaio.
I manutentori sono finiti in una sorta di enorme campo di rieducazione che vede imporre loro un’articolazione dell’orario di lavoro, procedure operative e pressioni che hanno molto in comune con il ricatto, concedetecelo almeno sul piano culturale, di tipo mafioso.
Non dimostrarsi completamente asserviti al proprio CUM, che equivale alla figura del Capo Reparto nella nostra declaratoria professionale, espone a ritorsioni di varia natura che condizionano di fatto il comportamento dei lavoratori.
Questo si traduce in un susseguirsi di prestazioni svolte ovunque, con molte meno persone e senza nemmeno sapere con il dovuto anticipo quando. Queste prestazioni non solo non rispondono molto spesso a reali esigenze lavorative, ma hanno anche messo in ginocchio la capacità di pronto intervento che fino a prima del 3 giugno garantiva in tempi molto celeri il ripristino delle eventuali anomalie laddove si fossero manifestate.
In poche parole, se prima si potevano affrontare le problematiche dei “guasti” con tempistiche accettabili e con un apporto tecnico in termini di quantità e qualità sufficienti, adesso è una vera e propria lotteria, i cui risultati sono consultabili e in bella mostra su tutti i tabelloni delle stazioni che, con il loro rappresentare i continui ritardi, vi raccontano in che condizioni dobbiamo lavorare.
Qualsiasi persona che avesse a cuore il bene comune, e la rete ferroviaria dovrebbe potersi considerare tale, dovrebbe chiedersi cosa stia realmente accadendo; diciamocelo chiaramente, il tutto sembra fatto volutamente per poter dimostrare il collasso del sistema e poterne giustificare la privatizzazione.
Non dovremmo essere noi a dover ricordare che la gestione dell’infrastruttura ferroviaria richiede ingenti risorse e quindi, PNRR o no, di soldi ne girano tanti; quindi vi proponiamo un quesito che ci siamo posti nel tentativo di comprendere il disastro che ci stava arrivando addosso.
Quale interesse ha lo Stato a far diventare RFI il volano con cui dirottare così tante risorse verso le imprese appaltatrici?
Non sappiamo chi sarà la “Famiglia” che beneficerà di così tanto ben di dio, ma di sicuro sappiamo che un paese “sano” dovrebbe impedire che ciò accada.
Del resto basterebbe pensare a come, in questo paese, nemmeno la sicurezza sul lavoro trova la giusta attenzione: basti pensare ai ferrovieri che lavorano su cantieri interessati da numerosi incidenti, oppure da incidenti mancati per puro caso (non se ne parla ma sono molti più di quanti se ne possano immaginare).
Oramai da troppo tempo per esorcizzare il rischio che si fosse poi costretti a prendere realmente provvedimenti, in Italia esiste un formidabile palliativo: “l’indignazione ad orologeria”. Ingenuamente speravamo che dopo Brandizzo tutti si fossero stancati di quelle stantie lacrime dicoccodrillo, e che magari quella tragedia sarebbe riuscita ad essere realmente da monito, proiettandoci verso una nuova stagione che avrebbe riportato la sicurezza tra le priorità che dovrebbero essere prese in considerazione quando si ha a che fare con lavorazioni complesse e pericolose.
La riorganizzazione in atto in RFI, invece, formalizza e sussume le modalità operative che sono alla base del contesto in cui si generano le condizioni che provocano incidenti mortali come quello di Brandizzo.
Tristemente facili profeti, dicevamo da tempo che ci aspettavamo il morto e purtroppo, puntualmente, il morto è arrivato sui binari di San Giorgio di Piano. Sicuramente daranno la colpa al morto, ma sappiamo tutti che non è così.
Contro questo accordo e questa riorganizzazione stiamo lottando da molti mesi; ci teniamo a ricordare che non ci sono manutentori che abbiano condiviso questa riorganizzazione, stiamo tutti subendo una scelta arbitraria che i sindacati hanno adottato per non perdere le prebende clientelari che l’Azienda potrebbe garantire loro.
Detto questo stiamo verificando come sia molto difficile riuscire a portare all’esterno la realtà dei fatti perché, per riuscire a parlare di quello che sta accadendo in RFI, sembra che l’unica possibilità sia morire (è stato l’unico momento, purtroppo, in cui siamo riusciti a dire qualcosa ai media), e sinceramente non è ammissibile che sia l’unica possibilità affinché qualcuno si accorga che esistono problemi seri in RFI.
Ovviamente questa vicenda interessa sicuramente i lavoratori del settore, e non ci aspettiamo che diventi la vostra priorità, ma per molti altri aspetti, questo processo riorganizzativo impatta sull’utenza sia nell’immediato che in prospettiva, e attiene alla regolarità e alla sicurezza del servizio stesso.
Per quanto riguarda la regolarità del servizio basti ricordare le continue foto dei tabelloni dei ritardi, su tutti i gruppi Facebook dei pendolari; il chiodo di Salvini, che quel giorno non ha fatto partire nemmeno Strisciuglio da Roma per Firenze dove lo attendeva la talpa che scava il passante AV.
I vertici di RFI si erano ben accorti sulla loro pelle che qualcosa non andava, anche il giorno prima: il nuovo AD Donnarumma era rimasto fermo un’ora sul treno, proprio a Firenze.
Per la sicurezza invece basti pensare agli svii estivi dei due treni merci (per fortuna) uno a Centola, l’altro a Parma. Cosa sarebbe accaduto se fossero stati treni viaggiatori?
E quando si parla di sicurezza si dovrebbe parlare anche di quella dei lavoratori, che non può diventare degna di nota solo il giorno che capita il morto.
Ci sono stati diversi incidenti mancati, più del solito: basti pensare che nella stazione di Pisa si è rischiato un’altra Brandizzo: squadre manutentive minime, sedi di lavoro sconosciute, stanchezza e stress cronici la fanno da padrone tra le cause di quell’“errore umano” cercato da queste condizioni di lavoro: poco importa che i ritmi imposti stiano esponendo i lavoratori ad incidenti come quello di Verona, ultimo solo in ordine di tempo, e che avendo provocato solo 3 feriti non merita menzione, pensiamo per questo occorra una reale inversione di tendenza, il rischio altrimenti è quello di avere ragione all’infinito nel dire che dopo quello di San Giorgio di Piano, sarà solo questione di tempo.
Per questo ci auguriamo che quanto fin qui descrittovi, possa stimolare il vostro interesse ad approfondire quello che sosteniamo. Quando gli interessi sono così grandi e le conseguenze così devastanti, l’unica possibilità concreta perché avvenga un cambio di passo è che si rompa il muro del silenzio e la comunità sappia farsene carico e non dobbiamo certo essere noi a ricordarvi che perché ciò avvenga il ruolo di una informazione puntuale è vitale, ancor più se analizzata da un osservatorio come il vostro.
Qualora foste interessati ad approfondire questi aspetti.

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